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Torre Civica di Porta Vecchia

Torre Civica di Porta Vecchia

Torre Civica di Porta Vecchia

La Torre Civica di Este, comunemente detta Porta Vecchia, è una costruzione di fine ‘600 che per la sua posizione e il suo aspetto imponente e scenografico richiama facilmente l’attenzione. Possiamo considerarla, insieme al castello, il monumento-simbolo di Este. 

Le origini della torre civica di Este

In origine, nel punto in cui sorge la torre attuale, si trovava una torre in muratura, più rozza e meno artistica, che fungeva da porta di accesso al borgo per chi proveniva da sud (Rovigo, Ferrara) o da ovest (Montagnana, Mantova). Non si conosce l’epoca esatta in cui fu innalzata questa prima torre, con funzione di sorveglianza e di difesa, ma di sicuro esisteva nel XIII secolo, quando la città era governata dai marchesi d’Este, capi dei guelfi padovani. Per un certo periodo tale torre fu chiamata “Vitaliana” in ricordo di un certo Vitaliano d’Arolda, soldato traditore degli Estensi, che nel 1238 – secondo le cronache del tempo – aprì nottetempo la porta alle truppe ghibelline del tiranno Ezzelino III da Romano. Nel secolo seguente la torre cambiò il suo nome in Carrarese, in onore della famiglia che teneva la signoria di Padova e che liberò Este dagli Scaligeri, edificando poi il castello tuttora esistente. Furono i Carraresi, o forse già all’inizio del ‘300 il Comune di Padova, a scavare un canale, come ramo del Sirone (che separava il castello dal borgo), il quale doveva delimitare e proteggere la città in piena crescita demografica ed economica sui lati ovest, sud ed est. Tale canale, a partire dalla deviazione vicino al ponte di San Pietro, ha di fatto disegnato un rettangolo entro cui si è sviluppato il centro storico di Este. Dopo la chiusura e l’interramento del vecchio Sirone antistante il castello (attuali vie Schiavin e Guido Negri) nel ‘600, il corso d’acqua rimasto nell’area urbana e il suo alveo più antico che, con andamento sinuoso, inizia a Longare nel Vicentino, raccogliendo l’acqua del fiume Bacchiglione, fu ribattezzato Bisatto. Il Bisatto fu quindi pensato dai Padovani e poi maggiormente utilizzato dai Veneziani come via d’acqua per aggirare a sud i Colli Euganei, permettendo poi di mettere in collegamento Este e la Bassa Padovana con il canale Battaglia (che inizia a Monselice e raggiunge Padova). Dato che le principali cave di trachite e di pietra tenera di Vicenza si trovano nei Colli Euganei occidentali e nei Berici poco distanti dal canale Bisatto, dal ‘400 esso servì a un sempre più intenso trasporto di queste pietre verso Padova e Venezia (dove venivano usate per lastricare strade, piazze, per realizzare chiese e palazzi..). Questo spiega la necessità di far passare il canale a sud della torre e porta civica, provvedendo poi alla costruzione di un ponte. Nel ‘400 tale ponte era in legno, ma poi intorno al 1525 i Veneziani lo rifecero in pietra. 

La ricostruzione della torre

La vecchia torre, forse simile nel suo aspetto originario alle torri medievali del castello, con l’aggiunta di un tetto a spioventi, fu danneggiata e resa instabile dal terremoto dell’aprile 1688, lo stesso che fece crollare la navata centrale del Duomo di Santa Tecla (obbligando Este a ricostruirlo, su progetto dell’architetto veneziano Antonio Gaspari, nella prima metà del ‘700). Le autorità del tempo decisero per ragioni di sicurezza di procedere alla demolizione del manufatto. Nel 1690 fu costruita la nuova torre, la Porta Vecchia che oggi tutti conosciamo. Non servendo più per scopi militari o difensivi, la costruzione si caratterizzò per il suo aspetto elegante e scenografico, che fa quasi da contraltare al mastio sommitale del castello, posizionato proprio di fronte ad essa. Fu impreziosita con i singolari merli ghibellini (o “a coda di rondine”) e nel ‘700 vi fu collocato, nel lato verso la piazza, un grande orologio che presenta, oltre ai numeri romani delle 12 ore,  le fasi lunari. Secondo alcuni l’autore di questo orologio fu Bartolomeo Ferracina, vicentino di Solagna, vicino a Bassano del Grappa (1692-1777), ingegnere idraulico nonché orologiaio ufficiale della Repubblica Serenissima (ricostruì nelle forme attuali la celebre torre dell’orologio o torre dei Due Mori di Piazza San Marco a Venezia). Questa attribuzione però non è certa, non essendo documentata.

La torre di Porta vecchia: caratteristiche e origini del nome

La torre, che non raggiunge i 20 metri di altezza, è aperta al centro da un ampio arco che permette il passaggio a chi proviene, oggi come un tempo, da fuori città (da qui il nome di “Porta Vecchia”). La chiave di volta dell’arco è costituita da un mascherone seicentesco in trachite; sul lato sud, quello che guarda il ponte, sul cornicione centrale che sovrasta l’arco, sotto l’orologio, è incisa  l’iscrizione latina che ricorda Marco Ruzzini, nel 1690 podestà veneziano, come il committente dell’attuale torre. Ai lati, verso l’angolo, altre due brevissime iscrizioni latine spiegano che la torre fu ricostruita perché collassata per la sua “vetustà” (vecchiaia). In realtà è accertato il fatto che fosse pericolante in seguito al violento terremoto dell’aprile 1688, e quindi fu demolita dalle autorità per salvaguardare la pubblica sicurezza.
La torre è divisa internamente in tre vani: Il primo, a un’altezza di 8 metri, è la “stanza del caminetto”, collegata all’ingresso al piano terra da una scala a chiocciola circolare in trachite; il secondo è la “stanza dei soppalchi”, a cui si accede attraverso un’altra scala a chiocciola moderna, in legno; il terzo vano è la cella campanaria che ospita una pregevole campana seicentesca.

La “stanza del caminetto” era un tempo l’alloggio del personale addetto al controllo della porta – il passaggio ad arco era infatti chiuso con battenti in legno durante la notte e sorvegliato – e successivamente alloggio di chi era addetto al funzionamento dell’orologio.
Al centro del locale sono visibili i contrappesi dell’antico meccanismo del pregevole manufatto, costituiti da due grossi blocchi di trachite sorretti da robuste corde (il complesso degli ingranaggi, invece, restaurato, è visibile nella soprastante stanza dei soppalchi, esposto al pubblico).

In entrambi i vani, dopo l’ultimo restauro, sono state sistemate diverse piccole sculture dell’artista estense Gino Vascon, morto nel 1968, e da lui stesso donate al Comune: si tratta di ritratti di personaggi viventi o storici. Tra queste statuette spiccano il “Lazzaro che si scioglie dalle bende” (stanza del caminetto, a sinistra dell’ingresso) e il busto del poeta Gabriele D’Annunzio (stanza dei soppalchi).

La campana attuale, restaurata più volte, risale al 1637. Fu fusa in bronzo all’interno del convento di San Francesco (ex collegio vescovile, visibile dalla cella, dietro la stessa campana) e donata dai frati alla Magnifica Comunità di Este. Tramite un martelletto azionato a distanza (e non per mezzo del batocchio) ancora oggi la campana suona a ogni ora e quando si riunisce il consiglio comunale. Verso est sono visibili, dalle aperture della cella, la chiesetta di san Rocco (sconsacrata) con il caratteristico campanile con cupolino a cipolla e la Basilica delle Grazie; verso sud l’antico porto fluviale sul canale Bisatto (una larga scalinata, affiancata da un portico sopraelevato che si affaccia sul corso d’acqua). Da ricordare che San Rocco, oltre che protettore dal pericolo della peste, era nei secoli venerato come patrono dei barcaioli: questo spiega la vicinanza al canale Bisatto di una chiesa intitolata a lui. 

Testo a cura di Pietro Antoniazzi - Associazione Alicorno


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