L’azione raccoglie e rende evidente un presente oggi invisibile. Un luogo notevole in cui si intersecano senza consapevolezza attività, movimenti, stalli, percorsi, dal ritmo secolare e quotidiano. Un punto sorprendente nella geografia dell’Oriente padano, dal quale si scorgono orizzonti lontani, città di pianura, meraviglie tecnologiche e costellazioni inventate. Un interno circoscritto nel quale si svolgono storie parallele. Storie stagionali, vicende del weekend, presenze continue e non umane, Storie che producono voci, suoni e rumori. Storie che emanano odori, spostano colori. Parziali e il più delle volte tra loro indifferenti, tutte condividono però lo stesso ambito, il medesimo clima, un grande cielo. Vicendevolmente inconsapevolmente osservate. Il labirinto è lì, si ascolta, si sente, ma non si vede.
Al fine di dichiarare la presenza di questo labirinto dai destini incrociati si pratica un’azione di sfalcio collettivo. Una pratica stagionale, ricorrente, un tempo rituale, ma a cui oggi si è tolto significato e importanza. Ridotta la fatica in una pratica meccanizzata e spesso scocciante.
Estratto dall’inconsapevolezza lo sfalcio viene in questa occasione, invece, esplicitato nella sua qualità di attività agricola che produce un effetto sul paesaggio, delle evidenze formali, dei risultati al suolo. In tutto e per tutto un atto performativo!
Realizzato chiamando a partecipare in un’azione collettiva persone coinvolte nelle associazioni, nei gruppi di volontariato, nella cura dei luoghi e delle persone locali, esso dà esito a una forma evidente: un’area circolare inaccessibile. Un “campo inverso” che attrae lo sguardo, definisce gli spazi e, rendendolo esplicita, libera l’intorno. La superficie non sfalciata rivela i percorsi di attraversamento di Passo Fiorine e tutti gli accidenti – umani, animali, vegetali, minerali – del sottobosco. Un profilo accuratamente definito mostra e nasconde dettagli, punti, situazioni, viste, picchi e vallate.
Secondo i principi del performing landscape, l’intervento è simultaneamente processo performativo e esito installativo. L’opera non coincide esclusivamente con la sua forma finale, ma con l’intera sequenza di operazioni che la rende possibile: il taglio, la falciatura, la raccolta, la disposizione, la costruzione, l’attraversamento, la cura. È un lavoro in cui l’azione è già scena — e la scena è già conoscenza. Il paesaggio non viene rappresentato: viene attivato. Non viene illustrato: viene messo in condizione di accadere. In questo senso, la manutenzione del bosco si trasforma in atto culturale, e la costruzione temporanea in architettura condivisa: un gesto in cui ecologia, socialità e simbolo si intrecciano.
Labirinto non è il luogo, ma tutto quel che sta intorno a quanto viene reso evidente attraverso l’azione di sfalcio. Tale azione è accompagnata dalla preparazione e dalla pulizia dell’intorno.
La pulizia conduce anche alla scoperta e alla raccolta di materiali a “reazione poetica” nel sottobosco e nelle radure limitrofe. Reliquie di camminate e frammenti di ricordi, reperti litici, foglie cadute, immondizie, garbage art objects: elementi che verranno collocati in una serie accuratamente calcolata di “stazioni”. Momenti di sosta e curiosità dai quali osservare, con sorpresa, l’intensità di quanto accade, oppure concedersi una pausa dalle pratiche sportive e ricreative.
Non monumenti, ma segni. Presenze che mettono in relazione memoria locale, natura e immaginazione collettiva. Fulcri narrativi capaci di generare racconti e interpretazioni del luogo, condivisi in occasione della performance, alla presenza della stampa e del pubblico, nei giorni dell’apertura.
Tracce temporanee che rendono visibile ciò che abitualmente rimane sullo sfondo: le relazioni, le attenzioni, i gesti e le storie che costituiscono il paesaggio vivente di Passo Fiorine. In questo modo il labirinto non si offre come un oggetto da osservare, ma come un dispositivo attraverso cui leggere il luogo e riconoscere la complessità delle vite, umane e non umane, che lo attraversano.
Intervento artistico