Sebbene il nome e la forma suggeriscano una sorta di parentela con gli intonarumori futuristi, Sonocolo è pensato come una macchina deputata a compiere il gesto opposto: un oggetto pesante, quasi primitivo, un pezzo di legno che non impone nulla al mondo sonoro ma invita invece ad aprire uno spazio di relazione con i suoni già presenti.
Le riflessioni di Henry David Thoreau sulle infrastrutture di comunicazione del XIX secolo hanno informato la matrice di questo intervento: in alcuni dei suoi scritti, Thoreau osserva come i fili del telegrafo, oltre a trasmettere messaggi tra postazioni distanti, rendessero percepibili fenomeni atmosferici e vibrazioni del paesaggio. Questa semplice osservazione ha suggerito l'idea di una tecnologia minima capace di funzionare non solo come mezzo di comunicazione tra umani, ma come strumento di connessione con il più-che-umano.
Un pretesto per mettersi in ascolto, insomma, in cui l'oggetto, sottratto alla logica della funzione, apre uno spazio di immaginazione e attenzione, in cui l'ascolto è mediato tanto dall'agentività della materia di cui il dispositivo è fatto, quanto dalla postura percettiva di chi tende l'orecchio.
In sostanza, Sonocolo è una macchina costruita per fare una cosa che forse dovremmo già saper fare: ascoltare nell'accezione di situarsi, orientare il corpo, concedere tempo, esporsi a qualcosa che esiste al di fuori di noi. L'invito è a confrontarsi con una pratica di ascolto interstiziale, che non cerchi di catturare il paesaggio, ma di sostare dentro la sua presenza, attraverso un dispositivo che non promette efficienza, ma incoraggia a interrompere un'abitudine percettiva.
In questo senso l'opera dialoga con le macchine inutili di Munari, gli oggetti introvabili di Carelman, le bachelor machines di Duchamp e Picabia, o con uno dei congegni auto-distruttivi di Jean Tinguely, ma in slow-motion — un rallentare che apre a una trasformazione laterale: un misuse accidentale che con buone probabilità riqualificherà l'oggetto in rifugio per piccoli roditori durante l'inverno, o ancoraggio per un vespaio, prima di restituire al bosco il legno cui il dispositivo è stato assemblato.
Questa sua apparente inutilità non è dunque una reale mancanza di funzione, ma una sospensione della centralità dell'uso umano che apre a una diversa ecologia dell'oggetto: un assemblaggio temporaneo in cui materia, ambiente, agentività e percezione umana si co-implicano senza gerarchia, producendo un'esperienza che non appartiene esclusivamente a chi ascolta, ma all'intero campo di relazioni degli ecosistemi che l'oggetto abita.